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INCONTRI DI MADRUZZO 1990 - FRANCESCO GUIDOLIN
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Gentili Signore e Signori, innanzitutto un saluto ed uno particolare ai rappresentanti degli altri Paesi che sono qui presenti. Permettetemi di rivolgere un plauso al dr. Bianchetti per queste iniziative che si ripetono ogni anno e che diventano sempre più interessanti: un contributo così altamente qualificato per la soluzione dei grandi problemi della Sanità.

E’ mio compito fare rapidamente un quadro del tema che è stato assegnato di cui il Dr. Bianchetti ha già fatto cenno: le “Strategie politico-industriali e scientifico-formative per la Sanità in Europa fino agli anni 2000. Realtà e prospettive”

Mi limiterò, naturalmente non a trattare l’intero tema, ma ad offrire soltanto alcuni elementi di analisi, alcune tracce di riflessione sulle quali tutti voi esponenti del mondo economico, sanitario e industriale, potrete discutere in giornata e trarre quindi delle conclusioni o formulare delle proposte interessanti.

Il primo problema quindi che si pone, è quello di stabilire le strategie, gli strumenti e i soggetti che devono concorrere alla realizzazione e valorizzazione di questo bene pubblico essenziale: l’assistenza sanitaria.

La peculiarità e l’utilità degli “Incontri di Madruzzo” risiede nel fatto che è possibile riunire in forma seminariale e qualificata, quelli che sono gli attori primari di una riflessione che mi auguro possa tradursi successivamente in proposta politica, sia a livello nazionale che europeo.

E allora è estremamente importante, nell’ambito del tema propostoci, individuare alcune linee distinte di riflessione che possano consentirci di pervenire successivamente ad un momento di sintesi.

Mi sembra possibile, come già preannunciato dal Dr. Bianchetti, disaggregare la riflessione sul nostro sistema sanitario, nell’ottica del processo di integrazione europea su tre filoni fondamentali.

Il primo filone di analisi, di cui tratterò tra poco in particolare, consiste nel tentare un’analisi a livello internazionale e comparato che evidenzi con sufficiente chiarezza i modelli esistenti di sistema sanitario in ambito europeo ed occidentale ed offra stimoli e suggerimenti tratti dall’esperienza concreta di altre nazioni.

Suggerirà poi naturalmente anche una puntualizzazione di ciò che sta avvenendo in Italia a livello parlamentare per quanto riguarda la nostra legge di riforma e credo che questo quadro europeo sia necessario proprio perché ci avviciniamo rapidamente al 1° Gennaio 1993, una data con la quale dovremo fare i conti.

Una seconda riflessione, che dovrà essere svolta essenzialmente dagli interventi degli economisti, ma anche dagli esponenti della professione medica, dovrebbe vertere sulla problematica economico-gestionale relativa al settore sanitario. Un’analisi tale serve ad evidenziare la validità di modelli e scelte alternative e a mettere in luce i correttivi possibili alle disfunzioni del sistema italiano, introducendo elementi di analisi costi-benefici tratti dalla gestione aziendale.

Sulla critica del nostro sistema concordiamo tutti o quasi, invece sulle correzioni le discordie aumentano e sono piuttosto ampie. Gli interessi colpiti sono molti. Mi riferisco soltanto, per esempio, ai seicentomila dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, nella loro composizione di medici, di tecnici, di medici dipendenti, di medici convenzionati e di tecnici di vari settori. Sottolineo soltanto la necessità di introdurre logiche di mercato, come vincere la logica del posto sicuro e superare la deresponsabilizzazione dei quadri dirigenti.

Se vogliamo raggiungere l’obiettivo di una maggiore produttività, una reale riduzione dei costi dei servizi sanitari e non della quantità dei servizi sanitari, come purtroppo accade o sta accadendo, raggiungere l’obiettivo di una maggiore professionalità, di una maggiore efficacia del sistema, in definitiva servire meglio il cittadino e possibilmente a costi inferiori, avremo raggiunto l’obiettivo fondamentale.

La terza analisi va svolta ai fini dell’approfondimento del rapporto esistente tra gli operatori dell’industria farmaceutica, del mondo dell’Università e della ricerca, nonché del mondo scientifico formativo.

Inutile sottolineare che di recente è stata approvata la legge che stabilisce l’autonomia delle Università nel dotarsi di un proprio statuto, quindi nel regolare il rapporto con la realtà del pubblico e del privato in relazione particolare al contributo che l’imprenditoria può offrire per il miglioramento del Sistema Sanitario nel suo complesso.

L’industria farmaceutica, pur avendo indubbi vantaggi ad impostare l’intero ciclo della ricerca nell’ambito dei propri laboratori, deve offrire il proprio contributo a quel bene pubblico che è la Sanità, finanziando non solo la ricerca, ma anche e soprattutto la formazione scientifica e didattica della classe medica, in modo che il plus valore, in termini di acquisizione scientifica e tecnologica conseguito dall’industria venga ridistribuito all’intera società. E’ una tesi forse leggermente provocatoria, ma sono convinto che oggi l’azienda privata sia più che mai chiamata a promuovere la crescita del tessuto sociale e culturale oltre che di quello produttivo, come hanno intuito già da molto tempo alcuni industriali illuminati.

Sarebbe infine molto importante che, al termine di questi momenti di riflessione seminariale, potessero essere enucleate alcune idee chiave atte a tradursi in sede nazionale e comunitaria, in documenti ed iniziative politico-programmatiche.

Credo che ogni convegno come questo debba produrre un documento finale, un documento da porre all’attenzione dei politici, perché venga tradotto in proposta politica nelle sedi competenti.

Se queste possono essere alcune direttrici della nostra riflessione, mi sia consentito fare un breve quadro di analisi e di raffronto tra i principali modelli di sistema sanitario operanti in Europa che costituiscono certamente un punto di riferimento interessante per l’analisi del nostro sistema sanitario.

Tengo prima a precisare, per non generare equivoci, che non esiste attualmente una politica sanitaria in quanto tale a livello europeo.

Un esame dei trattati istitutivi delle Comunità europee rivela infatti che uno svariato numero di politiche comunitarie, contiene elementi di politica sanitaria. L’Euratom ad esempio prevede delle misure di protezione contro le radiazioni; il trattato istitutivo della CECA prevede delle misure di protezione sanitaria dei lavoratori del carbone e dell’acciaio; la politica di protezione del consumatore, dell’ambiente e della ricerca contengono altri elementi di indicazione in rapporto alla Sanità.

Il problema del riconoscimento dei diplomi e delle specializzazioni mediche attiene invece alle indicazioni contenute nel libro bianco della Commissione del 1985 per la realizzazione del mercato unico entro il 1992.

Malgrado questa dispersione della politica sanitaria, si sente attualmente a livello europeo, un interesse più che mai vivo per le questioni legate alla Sanità. Ne cito alcune.

E’ in pieno esame il secondo piano di azione 90-94 contro il cancro; vi è un piano di azione, di prevenzione e di controllo dell’AIDS; vi è un piano, questo forse meno sanitario ma di recupero, di tutti i tossicodipendenti.

Sul piano dei medicinali vi sono tre proposte di direttiva, proprio mandate di recente dal Consiglio dei Ministri, una che riguarda anche i veterinari, i medicinali omeopatici, perché si vuole condensare in un’unica discussione, in un’unica direttiva, tutto questo settore e questo in prossimità del 1993.

Con l’avvicinarsi naturalmente del mercato Unico, della libera circolazione dei beni, delle persone e dei servizi tra cui i servizi sanitari e assicurativi, gli studiosi europei hanno iniziato ad occuparsi in maniera organica di Sanità a livello europeo, producendo una serie iniziale di studi atte a valutare l’impatto delle grandi libertà di circolazione sulla fruizione delle prestazioni mediche e sulla gestione dei fattori produttivi ad esse connessi.

Faccio parte della Commissione Ambiente, Sanità e Tutela del Consumatore e devo dire con molta sincerità che l’interesse prevalente è ancora rivolto all’Ambiente, ai problemi ambientali e che ancora il problema della Sanità non è diventato il problema principe verso cui orientare l’attenzione, però dalle ultime iniziative e in questi anni che ci separano dal 1993, lo sta decisamente diventando.

Fatta questa necessaria premessa, si può asserire che i sistemi sanitari nazionali dei Paesi della Comunità Europea, presentano alcune consistenti differenze.

In Europa la caratterizzazione più frequente dei sistemi sanitari si rifà a tre modelli di base.

Il primo: il servizio sanitario nazionale è caratterizzato da una copertura universale, un finanziamento derivato da una tassa generale e nazionale e dalla proprietà e dal controllo nazionale dei fattori di produzione, tipico sistema italiano e inglese.

Il secondo modello: l’assicurazione sociale nazionale caratterizzata da una copertura universale obbligatoria, generalmente nel quadro del sistema di sicurezza sociale, finanziata dall'attribuzione degli oneri finanziari all'imprenditore e all'assicurato tramite il canale delle casse di assicurazione senza fine di lucro. E' caratterizzato dalla proprietà pubblica e/o privata dei fattori di produzione; tipico il sistema francese e tedesco.

Il terzo: l’assicurazione privata, il cosiddetto modello della sovranità del consumatore, caratterizzato dalla stipula, da parte del datore di lavoro del singolo, di un’assicurazione sanitaria privata che è finanziata tramite i contributi dell’assicurato e dei datori di lavoro. Questo modello è caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione; gli Stati Uniti e la Svizzera sono un esempio.

Negli Stati Uniti secondo i dati forniti dallo studio del Prof. Rotelli, il 42% del costo sanitario è affrontato dai privati. Questo modello privato non è diffuso in Europa in forma pura, ma esiste in alcuni stati europei parallelamente ad altre forme: l’Olanda, la Francia, la Germania.

In sintesi si può osservare che l’Italia , la Gran Bretagna, la Danimarca, l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo e la Spagna presentano, quale organismo di protezione, un Servizio Sanitario Nazionale che offre copertura quasi al 100% della popolazione, tramite un accesso automatico in base alla residenza.

La Francia, il Belgio, la Repubblica Federale Tedesca, l’Olanda ma anche il Giappone e il Canada, presentano quale organismo di protezione un’assicurazione sociale nazionale o di malattia di base, finanziata da contributi pagati dal datore di lavoro.

Il requisito di accesso al sistema è quindi basato sulla professione e non più sulla semplice residenza, mentre il sistema Italia, Gran Bretagna, Danimarca, Irlanda e Grecia, è fondato automaticamente in base alla residenza.

I sistemi sanitari nazionali di questi Paesi sono però caratterizzati dal fatto che accanto all’assicurazione sociale e nazionale, esistono degli schemi di assicurazione privata o di mutue integrative che coprono ad esempio il 69,3% della popolazione in Francia e del 14,2% in Germania. L’Olanda ha il più basso livello di copertura assicurativa sanitaria nazionale nell’ambito della CEE. Nel contempo questo Paese ha però il più alto livello di copertura assicurativa privata.

Una caratteristica generale del sistema di assicurazione sociale nazionale diffusa in molti Paesi europei è l’ampio numero di schemi specifici e distinti di assicurazione sanitaria.

Se questo è il quadro generale, è opportuno specificare che nel caso del Sistema Sanitario Nazionale italiano e di quello inglese, finanziamento pubblico ed erogazione diretta dei servizi a favore dell’intera popolazione non hanno cancellato un sistema parallelo di cure a pagamento che, per quanto riguardo il Sistema Sanitario Nazionale italiano, ha raggiunto nel 1989 i 20 mila miliardi, pari circa al 30% dell’intera spesa sanitaria, mentre per quanto riguarda il Sistema Sanitario inglese la spesa privata è stata del 13,8% della spesa sanitaria totale.

Una linea generale di tendenza in Europa negli ultimi dieci anni è stata data da un notevole incremento della spesa sanitaria che in Italia ha raggiunto il 6,7%, in Germania l’8,1%, in Francia l’8,5% e l’8,3% in Olanda.

Il rilevante ammontare delle risorse destinate alla Sanità in Europa, nonché la crescente attenzione dell’opinione pubblica per il bene della Salute e la sua difesa, hanno determinato un processo di analisi critica dei sistemi sanitari nell’opinione pubblica di tutti i Paesi ad economia sviluppata.

In Italia e in Inghilterra, in particolare, la critica ha riguardato i livelli di spesa raggiunti, considerati troppo elevati dai rispettivi governi; la quantità e la qualità delle prestazioni sono generalmente considerate insoddisfacenti e per quanto riguarda l’Italia, anche l’accessibilità alle prestazioni.

Ne sono testimonianza per l’Italia i sondaggi di opinione periodicamente divulgati dalla stampa quotidiana, secondo i quali la Riforma è stata fallimentare per il 62% degli italiani e per il 54,2% l’assistenza ospedaliera non dà affidamento; l’unica garanzia di sicurezza per il 60,2% è quella di andare dai privati (naturalmente mi auguro che questi dati non corrispondano agli orientamenti del Veneto e delle regioni del Nord-Est, dovrebbero essere sostanzialmente mutati).

La relazione generale del procuratore della Corte dei Conti, dopo aver identificato nell’assenteismo e nell’irregolare inquadramento del personale, negli sprechi, nella inutilizzazione e nella sottoutilizzazione dei materiali e apparecchiature medico-scientifiche, nelle forniture esorbitanti e nei furti, le cause dello stato disfunzionale del Servizio Sanitario Nazionale, rilevava che laddove esiste la logica del profitto, il sistema funziona in maniera soddisfacente e con prestazioni adeguate al bisogno.

Spostandoci a livello europeo, da un’analisi delle opinioni espresse dai cittadini europei sui reciproci sistemi sanitari nazionali, emerge con evidenza la profonda insoddisfazione dell’opinione pubblica e degli esperti per i modelli reali vigenti.

Le accuse di inefficienza, burocratizzazione, eccesso di spesa, frustrazione professionale, sono usate dagli uni per sostenere l’avvento di un Sistema Sanitario Nazionale dove vige un modello liberistico e dagli altri per sostenere la necessità di radicali cambiamenti dove il Servizio Sanitario Nazionale è quello vigente.

La risposta offerta dai vari sistemi di assistenza reale è stata diversa, ma nessuno dei modelli antagonisti è stato in grado di soddisfare la nuova domanda sanitaria.

Se questo è il quadro generale dei sistemi sanitari reali in Europa, spetta agli economisti individuare attraverso un’analisi che faccia comprendere quali schemi consentono la migliore gestione delle risorse e il più elevato livello dei servizi e quali correttivi da apportare al nostro Sistema Sanitario che certamente può mutuare utili suggerimenti dall’esperienza europea.

Posso subito affermare che il nostro sistema deve introdurre dei correttivi a carattere privatistico, che portino elementi di libertà, di scelte, di maggior competitività, di controllo e di razionalizzazione nella gestione delle risorse.

Un altro problema che in quest’ambito andrebbe analizzato e che sottopongo all’attenzione di tutti voi e degli economisti in particolare, è quello dei sistemi di remunerazione diretta o indiretta dell’assistenza sanitaria. Come pure i metodi di remunerazione dei prestatori di cure mediche e degli operatori hanno infatti un’influenza importante sull’accesso, sui costi e sulla qualità del servizio.

Un’analisi comparata delle varie opzioni a livello europeo potrebbe contribuire efficacemente alla identificazione di strategie e scelte diverse in relazione al finanziamento del Sistema Sanitario. In questo senso, se si trattasse di un’azienda industriale, si potrebbe valutare come coinvolgere specialmente i maggiori responsabili, non soltanto alla corresponsabilità ma soprattutto alla partecipazione dei cosiddetti utili.

Per quanto riguarda le linee di tendenza di modifica nel nostro Sistema Sanitario Nazionale e chiedo scusa ai rappresentanti degli altri Paesi se entro in questo argomento specifico (siamo in Italia alle prese con il nostro Sistema Sanitario che è fortemente demonizzato dalla stampa quotidiana e si è aggiunto anche il Ministro ad aumentare questa demonizzazione) desidero fare rapidissimamente alcune osservazioni sui contenuti del disegno di legge che è stato recentemente approvato dalla Commissione Affari Sociali della Camera che andrà al dibattito in aula per procedere l’iter in Senato.

Il primo elemento di interesse che emerge è la soppressione intanto del Fondo Sanitario Nazionale e l’istituzione del Fonda Sanitario Interregionale, il che significa che il fondo e la spesa sanitaria entrano nel mucchio delle entrate della Regione e in modo indistinto.
Questo sta ad indicare una cosa soltanto: che non ci sarà più piè di lista (cioè quel sistema, in base al quale fino a questo particolare momento, il governo ha sempre programmato una spesa sanitaria inferiore obiettivamente a quella prevista, salvo alla fine dell’anno pagare naturalmente quello che rimaneva a piè di lista o riconoscere la differenza: il conguaglio). Questo non ci sarà più, perché non ci sarà più Fondo Sanitario Nazionale, ma soltanto Fondo Sanitario Interregionale, con la spesa sanitaria che non sarà più calcolata in modo distinto, ma nell’ambito generale delle spese regionali.

Un secondo rilievo, e questo positivo, è la composizione del Consiglio Sanitario Nazionale, composizione che muta, molto più con rappresentanze democratiche quali il Presidente della Federazione Nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, del Presidente della Federazione Nazionale dei farmacisti, il Presidente dell’Ordine Nazionale dei biologi, dei chimici, degli ingegneri, degli infermieri dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia.

Una terza osservazione. Le maggiori spese di gestione, derivanti da prestazioni e servizi eccedenti, quelli uniformemente garantiti (perché noi attendiamo da anni un piano nazionale che ci indichi gli standard di prestazione base), dovrebbero essere finanziate dalle regioni, come pure le regioni devono attuare criteri indicati dalla legge dello Stato, norme cioè basate sul principio della responsabilizzazione dei dirigenti dei centri di spesa, sia delle unità sanitarie che delle aziende ospedaliere, rispetto all’utilizzo degli stanziamenti annuali che vengono assegnati a ogni centro, ad ogni responsabile di un centro di spesa.

Chi dirige un reparto dovrebbe avere un budget e anche dei criteri su come razionalizzare e utilizzare questo budget finanziario secondo norme che verranno naturalmente indicate.

Una quarta osservazione riguarda il fatto che è vietata qualsiasi forma di indebitamento derivante naturalmente dalla prima scelta del Fondo Interregionale, fatte salve alcune modestissime eccezioni.

Un quinto punto riguarda una rilevante possibilità in ambito gestionale ed è quella di cessione in comodato di stabilimenti ospedalieri a società di gestione a capitale prevalentemente pubblico e la reintroduzione delle camere a pagamento. Per converso si vieta di stipulare convenzioni (e questa è una limitazione dell’impostazione) con laboratori e case di cura private in numero superiore a quelle esistenti alla data di entrata in vigore del decreto legge. Questo naturalmente penalizza tutto il nord, il quale dispone di case di cura, di strutture private convenzionate, di un numero molto inferiore al centro e al sud Italia.

Un altro aspetto e credo il più importante, è l’attribuzione alle unità sanitarie locali della natura di “azienda regionale di servizio”, con personalità giuridica pubblica e con autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale e contabile, nonché l’attribuzione di tutti i poteri di gestione della Commissione amministratrice dell’azienda sanitaria locale al Segretario Generale. In pratica un vero e proprio Direttore Generale dell’azienda stessa con pieni poteri anche della direzione amministrativa, la quale naturalmente, figura soltanto sulla carta.

Il rapporto tra tale figura e l’azienda sanitaria locale dovrebbe essere regolato da un contratto di diritto privato a termine quinquennale rinnovabile.

Dovrà essere nominato dalla giunta regionale provinciale su proposta della Commissione amministratrice e dovrà essere un professionista iscritto in un apposito elenco e in possesso di comprovate esperienze e competenze nell’organizzazione e nella gestione di servizi nelle aziende pubbliche e private; elenco nazionale.

Ricompare un’altra terminologia che era stata cancellata dalla legge di riforma e che ha un forte significato; noi abbiamo sempre parlato di coordinatori sanitari e di coordinatori amministrativi. Questo disegno di legge riporta invece la terminologia chiamando Direttore Sanitario e Direttore Amministrativo. Quindi la verticizzazione, la gerarchizzazione della responsabilità e dei comandi ritornano ad essere precisate come lo erano un tempo per quanto riguarda (e questa è un’altra sottolineatura) le aziende ospedaliere.

Il disegno prevede che le Regioni e le Province autonome costituiscano in Azienda pubblica ospedaliera, con personalità giuridica e struttura organizzativa autonoma, gli ospedali, sedi di strutture di alta specialità. Vengono individuati come ospedali di alta specialità quelli che dispongono in unica sede una serie di caratteristiche specificate con cura nel disegno.

Altra scelta: è consentito assumere in compatibilità con i progetti-obiettivo del piano, dirigenti con contratto individuale a termine di durata non superiore a quello del Segretario Generale (cinque anni).

E’ individuata inoltre un’area funzionale della dirigenza articolata per ruoli: medico, amministrativo e dei professionisti laureati da negoziare distintamente nel quadro della contrattazione collettiva.

Indicazioni interessanti sono contenute anche per quanto riguarda indicatori che dovrebbero misurare il risultato e la qualità delle prestazioni. Qualora il Segretario generale non funzionasse, il Presidente della giunta regionale con decreto lo può revocare.

Ho citato soltanto alcuni punti che ritengo essenziali del disegno di legge, approvati dalla Camera. E’ evidente che la legge non risolve i molti problemi legati ad un più efficace funzionamento del nostro Sistema Sanitario in vista del Mercato Unico del 1993.

Se volessi dare un giudizio personale direi che tutto il disegno di legge, letto attentamente, ha un orientamento centralistico attraverso i controlli; centralistico in termini nazionali. Anche le regioni vengono sufficientemente marginate, ci sono delle forti contraddizioni.

E’ importante a questo proposito segnalare che si terrà entro il secondo semestre in Italia un Consiglio dei Ministri della CEE, appositamente dedicato alla problematica sanitaria.

I problemi sul tappeto restano ovviamente molti: la legge va ad esempio migliorata, perché manca in essa una quantificazione di investimenti in tecnologie, strutture nella formazione qualitativa del personale, in generale il problema del finanziamento dell’intero sistema, nonostante la previsione del Fondo Interregionale, va meglio precisato e quantificato.

Se i fondi vengono stanziati come sono stati stanziati, secondo previsioni per difetto, evidentemente non ci troveremo verso gli ultimi mesi di ogni anno con le regioni nell’impossibilità di fronteggiare la spesa sanitaria. Anche il Sindacato dei Medici ha avanzato delle acute critiche, sostenendo che bisogna accentuare ancora di più la distinzione fra gestione tecnica e gestione politica del sistema, per combattere l’ingerenza dei partiti nella vita delle Unità sanitarie locali.

Vengo dalla vita politica, mi considero anche un esponente politico, e capisco che la politica è un fatto fondamentale e necessario; è l’arte, l’unica arte che ha le regole per valutare e affrontare i problemi in termini di sintesi e di visione generale. Però mi rendo conto che ci sono degli eccessi, delle ingerenze politiche di singoli politici che hanno fortemente nociuto all’organizzazione sanitaria.

I medici chiedono inoltre e questa sembra essere una richiesta legittima, di avere uno status giuridico svincolato dalla legge del pubblico impiego con elementi privatistici che ne premino il merito professionale.

Mi pare quindi di poter concludere osservando che il disegno di legge in discussione alla Camera dei Deputati apporta senza dubbio sensibili miglioramenti in termini di trasparenza e controllo del sistema, di razionalità nella localizzazione e gestione delle risorse e di valorizzazione delle professionalità.

Certamente sono da valutare con attenzione i correttivi e le soluzioni che affiancheranno il nuovo sistema disegnato dalla Commissione Affari Sociali della Camera, introducendo maggiori elementi di libertà e di scelta da parte dei cittadini.

Meriterebbe discussione ad esempio la proposta di ridurre i contributi di malattia per chi intende sottoscrivere un’assicurazione privata e rinunciare in tutto o in parte alle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale; questa è anche una proposta del Ministro della Sanità.

Altrettanto degno di considerazione è il suggerimento dell’On. Goria per il ricorso all’assistenza indiretta che, fermo restando il principio dell’obbligo della contribuzione, consentirebbe al cittadino di rivolgersi al medico o all’istituto di sua fiducia, ottenendo in cambio un rimborso pari alla spesa sostenuta dal servizio Sanitario Nazionale in regime di assistenza diretta.

Questo è un tema molto dibattuto. Anche l’anno scorso è stato trattato durante l’Incontro di Madruzzo e una delle sottolineature è stata questa: anche l’assistenza indiretta potrebbe essere una valvola estremamente valida qualora ci fosse un meccanismo di ritorno molto rapido e puntuale della spesa fatta al cittadino.

Qualunque sia comunque l’opzione politica prescelta, mi sembra che la base di analisi da cui muovere sia la riaffermazione di due principi motori di un approccio realistico e proiettato nella realtà europea, condizioni di competitività e una chiara ed agile regolamentazione.

E concludo dicendo che da un incontro avvenuto tra tutti gli assessore alla Sanità d’Italia con il Ministro ed altri funzionari centrali l’altro giorno a Roma, è emersa la certezza che se non interverranno in questo breve periodo crisi di governo, questo disegno di legge dovrà essere approvato dalla Camera e anche dal Senato, quindi da tutto il Parlamento, entro il mese di Ottobre.