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Dibattito sul Sistema Sanitario Europeo - 1992 - DANILO POGGIOLINI
Desidero prima di tutto ringraziare il collega Bianchetti per avermi dato l'opportunità di venire qui a Trento, di conoscere questa città. Devo dire che è una delle poche province italiane che non avevo mai visitato. Non posso dire di averla visitata perché è stato così stringente questo dibattito, questo incontro che mi ha consentito di stare in questa magnifica sala, di visitare questo castello e di visitare un altro castello. Un castello altrettanto che si protegge anche da solo, che ha poche caratteristiche turistiche e molte caratteristiche di intimità, protetto anche un po' dall'accesso che risulta alquanto difficile.

Ringrazio Bianchetti perché mi ha dato l'opportunità di ascoltare nella giornata di ieri interessantissime relazioni di qualificati oratori che hanno spaziato un po' dappertutto. L'argomento della sanità in Europa consentiva per la giornata di ieri di fare un excursus sulla situazione attuale. L'argomento di oggi non lo consente più tanto. Voglio dire cioè che ieri gli oratori hanno potuto anche piacevolmente, e utilmente, andare fuori tema con argomenti comunque per noi tutti di grande interesse. Oggi non è più possibile: la giornata di oggi, anche se è a ranghi ridotti per quanto riguarda il pubblico che è ridotto di numero, non certo di qualità. Oggi noi dovremo dare una risposta a una domanda difficile, cioè: "E' possibile un modello sanitario unico in Europa?"

Ecco io vi dico subito che il collega Bianchetti mi aveva assegnato nel programma provvisorio 5 minuti, cioè la possibilità soltanto di presentare gli oratori e di presiedere questo dibattito, poi nel programma definitivo mi sono trovato 15 minuti, lo ringrazio per questo. Questo mi consentirà di esprimere qualche opinione sull'argomento. Non mi ha consentito però di preparare qualcosa di scritto e me ne scuso. non è una mancanza di riguardo, non lo farei mai di fronte agli ascoltatori, ma il parlare a braccio mi consente anche di esprimere più liberamente, in modo più immediato alcune considerazioni riguardanti il tema importante che è stato posto. Intanto credo che di fronte all'idea stessa di Europa, per la quale c'è per fortuna una minoranza molto esigua di persone che ritengono che l'Europa sia ancora oggi, un'utopia, vi è però una stragrande maggioranza e tutti i presenti credo qui, io stesso che siamo convinti invece che l'Europa politica sia una realtà possibile. Anche se difficile da realizzarsi.

Fatta questa premessa dico subito che invece l'Europa della sanità, cioè un sistema sanitario unico europeo è a mio avviso un'utopia. E lo dico con molta franchezza. Un'utopia per una serie di considerazioni. In fondo l'utopia è qualcosa che si considera per definizione irrealizzabile. Ci sono a mio avviso due tipi di utopie. Non voglio fare della filosofia intorno a questo concetto, ma vi sono delle utopie positive, cioè degli obiettivi per definizione irraggiungibili ma buoni, tendendo verso i quali si fa della strada in senso positivo. Le utopie hanno mosso la storia, hanno determinato svolte nella vita dei popoli, quando sono state utopie positive. Utopie negative, ne cito una per esempio, quella marxista-leninista, hanno certo costituito una svolta per i popoli, hanno certo determinato la storia di questo secolo, ma non certo in senso positivo. Allora c'è da chiedersi se questa utopia, che per me è un'utopia, di un sistema unico europeo è comunque un'utopia positiva, alla quale convenga tendere, perché tendendo verso di essa si realizza qualcosa di buono. La mia risposta è anche qui molto problematica. La risposta è positiva se intendiamo per sistema sanitario europeo la accentuazione dell'impegno su alcuni argomenti, come quelli che ieri la signora Van der Vanne ha elencato su alcune questioni, come la prevenzione, la prevenzione delle grandi malattie, come un lavoro unitario sulle grandi epidemie, su problemi come l'AIDS, come la tossicodipendenza per esempio, che ha sicuramente risvolti internazionali, che sicuramente può essere non dico risolta ma affrontata meglio con un ampio collegamento europeo.

Ma vi sono a mio avviso almeno tre motivi, mi rendo conto di gettare un po' di acqua, di gelo su questa questione su chi con un certo entusiasmo come per esempio ieri gli Onorevoli Ceci e Guidolin che forse per dovere di ufficio hanno dimostrato un certo ottimismo rispetto a questo problema, vi sono mio avviso almeno tre motivi per i quali non è possibile realizzare un sistema unico europeo. Il primo motivo è che l'Europa non lo vuole, l'Europa. Non credo l'Europa dei popoli che non sono stati interpellati su questo argomento, ma l'Europa ufficiale. Il trattato di Masstricht non è che lo esclude o se ne è dimenticato, non lo prevede esplicitamente. Lo nega esplicitamente. Infatti si parla, qui c'è il trattato: La comunità contribuisce a garantire un livello elevato di protezione alla salute umana ecc, Poi dice chiaramente: "Previa consultazione del Comitato Economico e Sociale, del Comitato delle Regioni e Azioni, si prevedono azioni di incentivazione, ad esclusione di qualsiasi armonizzazione delle disposizioni legislative regolamentari degli stati membri". Quindi si esclude in modo assoluto questa armonizzazione.

Certo, per arrivare ad un'esclusione politica così chiara, avranno avuto i loro motivi. Io credo che fra questi ve ne siano almeno due. Uno è quello che nella marcia difficile verso l'unità politica europea bisogna togliere gli ostacoli e ritengo che le autorità politiche europee abbiano considerato che il tentativo di armonizzare i sistemi sanitari dei vari paesi europei avrebbe costituito un ulteriore ostacolo grave nel cammino dell'unità politica europea. La quale deve essere, come diceva Andreatta ieri, anche una comunità economica, una comunità politica, una comunità anche per quanto riguarda gli eserciti, per la difesa. E io credo debba prendere una strada non molto lontana da quella degli Stati Uniti d'America, i quali lasciano ampia possibilità di legislazione agli stati che hanno, su vari temi importanti della vita sociale, leggi spesso completamente diverse. Un'altra ragione per la quale credo l'Europa abbia escluso la possibilità di un sistema sanitario armonizzato, unico, è che è evidente negli ultimi tempi una spinta verso il regionalismo. Non parlo di spinte deteriori, di spinte centrifughe, di spinte che anche in Italia abbiamo davanti in questo momento, dovute anche ad errori della classe politica italiana. Parlo di regionalismo sano, giusto, apprezzabile e cioè ad esempio la volontà che le regioni hanno in Italia di rivendicare a norma della stessa Costituzione Italiana, il diritto di legiferare in tema di salute.

Di stabilire con i medici, con gli operatori sanitari accordi, convenzioni che consentano alle regioni di sviluppare una loro autonomia, che d'altro canto la stessa legge fondamentale dello stato italiano gli consente, che finora non è stata loro concessa. Ebbene, se le regioni italiane desiderano avere sistemi diversi nello stesso territorio italiano, non armonizzati, perché di questo si tratta, è possibile che nei prossimi anni si abbia in Sicilia un sistema sanitario con accordi come settore medico, paramedico diversi da quelli del Piemonte o da quelli del Veneto. Se è possibile questo e se non quasi auspicabile, non entriamo in questo argomento che ci porterebbe lontano, non vedo come, credo che anche in Europa abbiano capito, come sia possibile armonizzare il sistema inglese con quello spagnolo, il sistema portoghese con quello tedesco, che sono fondamentalmente diversi e lo avete sentito ieri. Sono diversi anche quando sembrano uguali. Il sistema inglese per certi aspetti è il primo sistema sanitario nazionale. Prevede per esempio negli ospedali un certo rapporto non lontanissimo da quello italiano. Prevede per i medici di medicina generale, di famiglia, una convenzione tipica a quota capitale, che ci fa ricordare "E le stelle stanno a guardare" di Cronin. Il sistema della quota capitaria, cioè un tanto all'anno, come onorario per le prestazioni di tutto l'anno.

Questo c'è anche in Italia, in Olanda, in qualche misura in altri stati, però in Danimarca sono fondamentalmente diversi. Io ricordo il convegno di raffronto tra il medico danese e il medico italiano, il medico di famiglia, ambedue appartenenti a un sistema che prevede il pagamento a quota capitaria. C'era nel sistema danese una serie di altre prestazioni completamente diverse, che creavano un professionista totalmente diverso da quello italiano, non sto a raccontare le differenze, ci porterebbero lontano. Fra l'altro ho l'obbligo di stare nei 15 minuti, è un obbligo che voglio mantenere, perché&Mac226; il confronto con Levi temo che sarà deleterio. Levi ha avuto ieri l'autorità e con la sua simpatica e intelligente ironia ha richiamato i relatori al tempo. Io cercherò di farlo perché ho questo obbligo e prima di tutto lo farò con me stesso. Quindi la mia conclusione, perché la conclusione è difficile. Ieri non ne avevano l'obbligo gli oratori, oggi dobbiamo dare il nostro parere.

Mi auguro, sono certo che gli oratori che parleranno questa mattina, ci illumineranno su questo argomento può darsi siano meno drastici i quanto io lo sia stato e voglio chiarire che non sono affatto contrario anzi che auspico che ci sia una maggiore accentuazione dell'impegno europeo della grande prevenzione, la prevenzione primaria, che poi è la più importante. Ricordo che l'Organizzazione Mondiale della Sanità a Copenaghen, in un incontro che avemmo in quella sede, come Commissione Sanità della Camera dei Deputati Italiana, alcuni dati mi impressionarono e anche un po' mi umiliarono come medico. Il 90% delle ragioni per le quali la vita media è aumentata non sono da ricercare nella terapia, sono da ricercare nel cambiamento delle condizioni di vita della gente.

La gente mangia di più, vive al caldo, lavora di meno. Queste ragioni influiscono per il 90% e soltanto meno del 10% delle ragioni sono di tipo medico, di intervento terapeutico. Allora, ecco, su questa strada si può fare moltissimo. Devo dire che degli interventi di ieri che ho tutti molto apprezzato, sono stati per me di grande utilità anche come presidente della Federazione dei Medici Italiani, ho seguito con particolare attenzione alcuni interventi che hanno considerato gli aspetti deontologici della professione medica in Europa e nel mondo. Sono aspetti che riguardano essenzialmente appunto l'attività mia di presidente della Federazione dell'Ordine Professionale che ha compiti come sapete di tutela dell'autonomia, dell'indipendenza. E quindi della deontologia dei medici. Anche su questo aspetto non sembrerebbe, non dovrebbe essere così, esistono delle differenze nel mondo, esistono delle differenze in Europa. Faccio un paio di esempi e concludo.

Sull'eutanasia esiste in Europa, in alcuni paesi del nord Europa una tendenza che nasce dalla società civile, alla quale alcuni medici non sono del tutto insensibili, verso la possibilità dell'introduzione anche legislativa della eutanasia attiva da parte del medico. Dico subito che i medici italiani sono irriducibilmente contrari, tutti, quale che sia la loro appartenenza ideologica o la loro convinzione religiosa, sono tutti fondamentalmente contrari all'eutanasia attiva. Sono in grandissima maggioranza anche contrari all'eutanasia passiva, se si intende per eutanasia passiva la cessazione totale di interventi medici che produce la morte del paziente. Diverso è l'atteggiamento dei medici italiani per quanto riguarda l'accanimento terapeutico. Convinti, come d'altro canto la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, che sia importante aggiungere vita ai giorni più che giorni alla vita, cioè che sia importante prolungare la vita del paziente in condizioni umane e di dignità umana e di riduzione della sofferenza accettabile e che non sia invece opportuno prolungare le sofferenze, prolungare una situazione di scarsa dignità umana. In questo senso, l'accanimento terapeutico certamente è contrario all'etica medica italiana.

Un altro esempio è l'informazione. Ieri è stato chiesto al prof. DeBakey cosa pensasse dell'informazione, e lui ha risposto molto correttamente che il paziente deve essere informato, deve essere informato su che cosa gli succede in seguito a una frattura, quanto tempo dovrà essere incapace al lavoro, quanto tempo dovrà curarsi. Ha detto il Prof. DeBakey, che dobbiamo informare sui rischi di un intervento, quando siamo di fronte a un enfisematoso, a un paziente con insufficienza renale, e questa è una risposta sicuramente corretta. Ma la domanda più difficile è forse questa: Cosa dobbiamo dire al paziente al quale riscontriamo un cancro del polmone in una fase che dà quasi la certezza da un punto di vista statistico che morirà entro pochi mesi. Dobbiamo dire, come qualche volta vediamo in certi film anglosassoni, dove un freddo burocrate dice al paziente, Lei ha sei mesi di vita, quindi provveda alle sue cose, lui si alza e se ne va e va a casa a provvedere alle sue cose.

Ecco, il mondo latino, il nostro modo di operare è diverso di fronte a questo problema. Noi riteniamo che la questione debba essere considerata attentamente, qui è importante che il medico conosca il proprio paziente, questo ieri è stato messo in evidenza. Occorre capire profondamente la psicologia e la capacità di assorbire una notizia di questo genere da parte del paziente. Occorre capire se una notizia del genere non gli distrugga quegli ultimi 3 o 4 mesi che eventualmente gli rimangono. Qualcuno si è suicidato davanti a una notizia del genere, Qualcuno ha vissuto comunque gli ultimi tempi in una maniera incredibilmente negativa. Può darsi che conoscendo bene il paziente ci si renda conto di avere di fronte una persona che è capace di assorbire una notizia del genere e che quindi è utile darla perché consentirà a lui di sistemare i suoi problemi famigliari, i suoi problemi di successione.

E' una scelta che si fa di volta in volta e io ho voluto concludere con questo argomento deontologico perché&Mac226; questo fa capire, come ieri è stato detto, e io ne sono profondamente convinto, come sempre il medico debba agire secondo scienza e coscienza perché il paziente che ha davanti è ogni volta diverso. I codici deontologici, le leggi deontologiche ci sono, noi stessi le facciamo perché danno un indirizzo ma non sono mai leggi che abbiano un valore assoluto, non lo sono e non devono esserlo. D'altro canto anche secondo la consuetudine, secondo la legge italiana, l'Ordine dei Medici quando diventa collegio disciplinare per giudicare errori deontologici dei medici deve, secondo la legge, secondo gli studiosi di questa materia, ogni volta creare la legge nel momento in cui giudica che può applicarla. Perché i tempi cambiano e in ogni momento col passare degli anni e dei mesi, anche soltanto dei mesi qualche volta, certe regole deontologiche possono cambiare. Non parlo di quelle fondamentali, in rapporto a quello che avviene all'esterno, ai fatti nuovi, penso per esempio alle nuove tecniche di ingegneria genetica, penso all'inseminazione artificiale.

E' recente in Italia la notizia di un medico che aveva introdotto nell'utero di una paziente di 62 anni un ovulo fecondato e ci si è chiesti come comportarsi. Di fronte a questo problema, quale codice deontologico può sovvenire, quale regola scritta? Il medico deve regolarsi secondo scienza e coscienza e l'Ordine professionale giudica inventando in quel momento e valutando in quel momento gli aspetti etici di questo problema. Ecco perché io sono entrato in una cortesissima polemica con il senatore Bompiani, il presidente della Commissione Bioetica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, quando io avevo avuto l'impressione, da notizie giornalistiche, che questa commissione intendesse indicare agli italiani, ai cittadini e ai medici, comportamenti etici fissati da Roma.

Noi riteniamo che quella Commissione importante che comprende personalità di grande rilievo del nostro paese, fornisca un utile materiale al Presidente del Consiglio dei Ministri, alla Camera dei Deputati al Senato della Repubblica, all'Ordine dei Medici, ma non rappresenti assolutamente un indirizzo cogente per gli italiani. Adesso ho superato il tempo e finisco scusandomi se le problematiche che ho posto anche in maniera cruda forse allontanano un pochino questo dibattito dall'atmosfera accademica di grande cordialità di ieri. Non dico che oggi non sia cordiale, ma ho voluto porre con durezza certi problemi e la necessità anche di dare rispose quando si pongono delle domande così impegnative, come quella che il collega Bianchetti ci ha posto. Grazie.

Il primo a parlare è il Prof. Paul Kind che da 15 anni opera attivamente nella ricerca sui servizi sanitari e ha fatto parte per un certo periodo della Commissione Reale sul Servizio Sanitario Nazionale Britannico. Ha avuto incarichi di ricerca presso cliniche universitarie ed ospedali ed è anche membro non medico di una Family Health Service Authority responsabile della gestione e della programmazione di assistenza sanitaria primaria per le famiglie. La parola a Paul Kind ricordando che quando mancano tre minuti, cercherò di fare come ha fatto il Prof. Levi, non so se con lo stesso successo, spero di sì.

The Verona Initiative

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Trieste Action for Health Technology Assessment

Organizzazione Mondiale della Sanità per la standardizzazione europea delle tecnologie biomediche