| Io vorrei evitare di assumermi il compito di rappresentare, come li chiamano, gli euroscettici, sono quelli che non ci credono, poi ci sono gli euroidealisti, anche perché, per quanto mi riguarda, mi sono già definita in un altro modo, che è quello di eurorealista. E mi pare che un esempio di realismo ce l'abbia dato ora il collega Guidolin, perché io non so quanto sia chiaro anche ai presenti, che sono addetti ai lavori in grandissima parte, che l'Europa della salute non è né una cosa di cui dobbiamo incominciare a parlare né una cosa che ci aspetta dietro l'angolo. Ossia voglio dire che l'Europa della salute non è né tutta da costruire né possiamo oggi ritenere che non ci sia niente di costruito. L'Europa della salute è un concetto che innanzitutto dobbiamo definire, e questo è un punto molto importante, ma è soprattutto una serie di atti che già a partire da molti anni, da alcuni decenni, perché nel 1975 si colloca la prima direttiva tesa ad armonizzare i sistemi di registrazione dei farmaci, quindi siamo ormai a distanza di decenni da quel momento lì, ha continuato a produrre una serie di effetti sanitari che però sono avvenuti in una logica che non è sanitaria. Io voglio ricordare un dato che mi ha sempre colpito ed è questo: le competenze comunitarie in ambito sanitario sono distribuite all'interno delle sedi decisionali, che non sono né il Parlamento né la Commissione, ma è solo il Consiglio, in questo modo: per il 50% il Consiglio Mercato Interno, per il 30% Consiglio Ricerca Scientifica e Trasferimento di Tecnologia, per il 15% Consiglio Affari Sociali e solo per il 5% Consiglio Sanità.
Potremmo quasi dire che l'obiettivo dell'On. Andreatta è già raggiunto: c'è già una sanità che è letta, decisa ed organizzata all'interno del Mercato Interno e questo ci dovrebbe esimere dal porci il problema se abbiamo bisogno ancora di qualcosa di più oppure no. Anch'io faccio ovviamente una provocazione. ma questo lo dico perché qualcuno pensa che sia sufficiente leggere in un certo modo le dichiarazioni di Delor. Quando Delor, appunto è stato già ricordato, ha detto: Restano escluse dallUnione alcune competenze quali la sanità ecc., ha voluto inviare un solo messaggio tranquillizzante agli Stati membri più recalcitranti, più preoccupati di cedere competenze alla Comunità. Nella realtà anche se di sanità non se ne parla, le azioni comunitarie in settori importanti come il libero trasferimento delle professioni, di capitali, trasferimento di merci, di tecnologie, agiscono anche per la sanità, nel momento in cui smettiamo di ragionare in termini ideologici e cerchiamo di rispondere alla vera domanda che noi oggi abbiamo davanti: "Che cosa vuol dire Sistema Comune Europeo di Salute?"
Facciamo attenzione anche a distinguere tra sistema comune europeo di salute e sistema comune europeo di sanità, perché questo significa già partire in maniera sbagliata, ma soprattutto che senso ha filosoficamente, mi consenta il dott. Levi che ho ascoltato con grandissimo piacere, se mi riallaccio nel parlare di sanità a quella che è stata la spinta antica e importante. Non si parla di sanità per caso, si parla di sanità all'interno di una scelta, non ideologica voglio tornare a dire. Io credo che le motivazioni non siano difficili da ritrovare anche a partire dalle cose che ci siamo già detti stamattina. Quando l'On. Andreatta ha parlato per esempio dei due sistemi che caratterizzano l'Europa: i sistemi sanitari nazionali da un lato, il modello Beveridge, il modello Bismarck dall'altro. Il terzo sistema, Guidolin ci dice, non esiste in Europa. Poi ne parliamo un attimo solo. Bene, se noi guardiamo questa Europa così divisa in questi due grossi sistemi, innanzitutto dobbiamo rilevare che quello che ha mangiato di più nel senso che ha impegnato un numero più elevato di popolazione, è il primo, cioè il Beveridge, quello del sistema sanitario nazionale a cui si affidano circa i due terzi dei cittadini europei.
Ma il dato che mi interessa di più evidenziare è che nella realtà, e non vi presento il lucido che avevo, con la divisione dell'Europa in queste aree, perché quel lucido non ha più nessun senso e quella divisione in due sistemi, sistema pubblico, sistema privato, non esiste più. Non esiste oggi e non esiste per esempio nemmeno in Italia, dove abbiamo un sistema sanitario nazionale nato con una importantissima legge che ha impegnato battaglie civili, professionali, eccetera. In Italia il sistema sanitario nazionale, inteso come sistema a prevalente produzione, distribuzione, controllo e somministrazione pubblica non c'è mai stato e non c'è nemmeno oggi. Perché ci sono alcuni grossissimi settori, tipo appunto la produzione di farmaci, servizi, tecnologie, eccetera, che non sono pubblici e ci sono alcune importantissime funzioni, il farmacista, il medico in parte, che non sono pubbliche. Quindi noi non abbiamo vissuto l'esperienza del sistema sanitario nazionale totalmente pubblico, e questo è un bene.
Ma il dato fondamentale che deriva ancora da questa analisi dell'Europa come un grande contenitore in cui si sono fatte tante cose una diversa dall'altra, al punto da poterci consentire oggi di usare questo contenitore per un'analisi critica di quello che è successo, e dalla critica passare alla proposta, ci dice che tutti questi sistemi, comunque siano stati pensati ideologicamente, hanno fallito il loro compito, sia che lo abbiamo fallito in senso storico, sia che lo abbiano fallito in senso pratico per l'inadeguatezza dei mezzi proposti, questo oggi a mio avviso interessa poco. Quello che interessa dire è che aveva ragione, Rotelli, mi pare che l'abbia detto, non ha più alcun senso schierarsi tra chi vuole il pubblico e chi vuole il privato. Quello che dobbiamo fare, quello che dà un significato all'idea di un sistema sanitario europeo è chiederci che cosa dobbiamo fare di completamente nuovo, se vogliamo dare rispetto a una questione che oggi nessuno ha negato, e cioè che ancora oggi la salute rappresenta un diritto elementare di cittadinanza a cui nessuno stato civile fino ad oggi si è sottratto. E allora se noi passiamo dall'interrogarci su che cosa dobbiamo fare, diamo la prima risposta alla domanda di fondo: "Perché un sistema europeo?"
Perché è probabile, possibile, io non lo posso affermare con certezza, ma è probabile che all'interno di un singolo sistema nazionale non si sia in condizioni di trovare risposte a questioni che hanno fatto andare in crisi i sistemi perché non erano nazionali, perché erano questioni universali, perché sono questioni legate all'intersecarsi di una serie di cause e di concause. Per esempio, la crisi dei sistemi sanitari ha di interessante il fatto che qualunque paese esaminiamo, a partire quindi da punti di partenza molto diversi tra loro, alla fine ci troviamo a convergere verso situazioni molto analoghe tra loro. Cioè ci sono alcune cose che rendono diversissimi i sistemi sanitari europei, ce ne sono altre che li rendono molto uguali. La prima cosa che rende molto uguale i sistemi sanitari europei è un fatto culturale che io voglio ribadire.
Questo fatto culturale è fondamentale perché tutti i paesi europei liberisti, neoliberisti, ex-liberisti, socialisti, pseudo-socialisti e così via una cosa hanno nelle loro costituzioni, ed è il riconoscimento del diritto alla salute. Non a caso questo riconoscimento, per esempio, non c'è nella costituzione americana, non c'è, non è mai stato un obbligo che lo stato si è assunto. Però se qualcuno avesse la tentazione di pensare che proprio lì, perché lo stato non si è assunto questo compito, il sistema è meno in crisi, beh io voglio ricordare soltanto che negli Stati Uniti esiste qualche milione, non qualche centinaia di migliaia, qualche milione di cittadini che è concretamente sprovvisto di qualunque assistenza sanitaria, e che il paese più avanzato del mondo ha la vergogna appunto di questo milione di cittadini a cui non è garantito nulla, nemmeno l'accesso alla cura elementare. Ora io credo che questo sia un dato importante, l'Europa mette da parte come una risorsa il fatto di aver scelto tanti anni fa, in tante maniere diverse che la salute è un diritto da rappresentare. E questo significa che l'Europa di oggi sceglie che la salute è un diritto da porre in quella nuova costituzione europea che ancora non c'è e che dobbiamo costruire.
Un altro elemento che ci rende tutti uguali o molto simili è che la crisi dipende da cambiamenti che non possono essere guardati in Italia, Francia, Germania separatamente tra di loro, cambiamenti fondamentali che sono legati al modo in cui è cambiato il bisogno di salute. E' cambiato per l'invecchiamento della popolazione, è cambiato per l'emergenza delle nuove malattie, è cambiato perché abbiamo tecnologie diverse che rendono più stridente il contrasto tra ciò che posso avere e ciò che non posso avere. Non è vero che non c'è più il minatore del Galles, Onorevole Andreatta, c'è ancora. Il minatore del Galles di oggi è colui che può o non può accedere a tecnologie molto avanzate, compreso ad esempio un trapianto d'organo che in Italia non è disponibile e lo potrebbe essere all'estero. Quindi un bisogno di salute che è aumentato considerevolmente a cui noi non siamo in grado di dare risposte, non solo, ma che sicuramente richiede risposte diverse da quelle che per esempio in Italia abbiamo dato nel 1978. Io oggi non mi sentirei di dire che la risposta al bisogno articolato di una società matura, di una società evoluta, di una società che ha diritto di avere bisogni diversi, possa essere l'idea di un sistema uguale per tutti.
Questo è il mio punto di vista ed è un punto di vista che nasce proprio dal fatto di potersi confrontare con esperienze che non erano quelle della uguaglianza della prestazione, ma che sono arrivate ugualmente all'elemento di crisi. Questo ha comportato nello specifico che tutti i sistemi hanno operato rispetto a questa crisi intervenendo su settori molto specifici, ecco facendo una semplificazione, se me lo consentono gli economisti, questa è stata una semplificazione del problema, ossia si è pensato un po' dovunque che la questione fosse l'incapacità economica fondamentalmente del sistema stato di dare risposta a un bisogno che apparteneva all'ideologia. non so se è chiaro. Questo non è vero, perché la risposta di tipo puramente economico non ha risolto la crisi dei sistemi sanitari. Non l'ha risolta nel Regno Unito, non la risolve in Francia, non la risolve in Italia, dove noi abbiamo raggiunto i livelli più alti in Europa, per esempio, di applicazione del ticket sui farmaci, ma non abbiamo risolto la spesa farmaceutica. Allora, se posso da medico dire una cosa agli economisti, visto che sono sempre pronta ad imparare quello che loro dicono a me, é di fare attenzione a non semplificare il problema salute riducendolo ad un puro equilibrio di costi, perché sotto il sistema salute c'è tutta la complessità dell'uomo e questa prima o poi fa saltare tutti i sistemi.
Allora se noi abbiamo effettivamente presenti queste questioni, forse finora ho risposto soltanto al perché è nato al Parlamento europeo un intergruppo che volontariamente si occupa di rendere più consistenti le questioni della salute, io vorrei anche adesso passare brevemente a dire che cosa ritengo che sia necessario fare e che cosa ritengo che sia possibile fare, fermo restando quel giudizio di grande instabilità che oggi vivono i sistemi sanitari europei e che a mio avviso rappresenta la motivazione necessaria e sufficiente per farci ragionare in un ambito diverso, ossia possiamo risolvere la crisi rimettendo tutte le carte in gioco e cercando di scrivere una traccia diversa? Questa è fondamentalmente la questione. Io penso che questo ci debba impegnare sotto numerosi aspetti. Ci deve impegnare sotto la riaffermazione, la riscrittura di quel principio culturale che oggi significa non ripeterci quello che ci siamo detti 20 o 30 anni fa, ma definire quali sono i nuovi obiettivi di un libero accesso alla tutela della propria salute, che deve essere il diritto da garantire a tutti i cittadini.
Ce lo dobbiamo porre sotto il problema istituzionale e qui, l'ha già detto Guidolin ma voglio brevemente ripeterlo, gli elementi sono numerosi: la modificazione dei trattati, la definizione di una parte legale forte per la salute, un ruolo diverso per il parlamento europeo. Ruolo diverso e più democratico, perché tra i nemici da abbattere, lo dico ancora al Presidente che mi ha molto stimolato, i 5 giganti, io ci metterei anche la mancanza di democrazia, perché l'estensione del diritto alla salute si è sempre accompagnata nel mondo ad un'estensione della pratica e dell'esercizio dei diritti democratici. E le due cose sono sempre andate insieme. Facciamo attenzione: ridurre il diritto alla salute significa ridurre il diritto alla pratica democratica di un diritto di cittadinanza e questa cosa non ci dovrebbe mai sfuggire. Il Parlamento lo assumo in questo momento come il paladino della democrazia europea. ma soprattutto dobbiamo applicarci a trovare delle forme integrate, non pregiudiziali che riscrivano i parametri economici, gestionali e strutturali dei sistemi sanitari. Voglio dire solo due cose su questo, perché il tempo non ce l'ho.
Il primo punto è che noi non dobbiamo confondere a questo livello la gestione con la garanzia. I cittadini europei sono abituati a guardare agli stati nazionali alle loro articolazioni periferiche come al garante del proprio diritto alla salute e questo a mio avviso va conservato. Diverso è dire se nella gestione la struttura pubblica può essere in parte o non in parte sostituita da una gestione di tipo non pubblico. Io ritengo di sì, in una normale articolazione dinamica della gestione stessa, quindi in definitiva dovremmo esercitarci a costruire un sistema fondamentalmente misto in cui salvaguardare gli obiettivi ideali, ma soprattutto il significato di darci delle norme in un settore come quello sanitario. Qui non si tratta di ideali, si tratta di darci un sistema di sicurezza che dalla salute passa alle altre manifestazioni della vita, della comunità.
E dovremmo farlo a partire da un giudizio di assoluta insufficienza di quello che oggi la comunità ci offre e di quello che oggi ci ha detto il trattato di Maastricht. La comunità ci offre interventi molto settoriali, molto dispersi, in cui l'idea delle grandi malattie salvaguardia in qualche modo la volontà di fare di più, ma non entra nel merito delle questioni, e in particolare nel merito delle questioni non è entrato Maastricht, per quello che ci siamo detto, probabilmente perché c'è da vincere ancora tanta diffidenza e io voglio semplicemente lanciare questo segnale. Può darsi che alla fine dei conti quello a cui pensa l'onorevole Andreatta, che sembra tanto diverso da quello a cui penso io, non sia così vero e che proprio attraverso una ridiscussione profonda, ma mettendosi in causa, mettendosi in causa, riconoscendo non solo gli errori ma le possibilità che apre l'unità europea, e allora si può pensare all'Europa non come a un'utopia ma come a una realtà più utile per noi. |