| Anchegli chiese ed ottenne grazie allappoggio dellimperatore Ferdinando, che il vescovado di Trento passasse in successione al nipote Carlo Emanuele. Di lui si disse che tranne che avrebbe peccato mortalmente piuttosto, che di lasciar uscire di famiglia il vescovado di Trento, fu uomo lodato. Morì a Roma il 14 agosto 1629.
IL 4 gennaio dello stesso anno Carlo Emanuele divenne vescovo di Trento: era nato a Issogne, come lo zio, nel 1599 e fu forse la figura più discussa di tutta la famiglia Madruzzo.
Il regno che Carlo Emanuele Madruzzo IV ereditò dallo zio Carlo Gaudenzio (anche se con poca voglia di fare il vescovo) era tutto sommato ambito, ma il giovane Madruzzo (23 anni) si trovò a governare in un momento in cui la situazione politico-religiosa di Trento volgeva al peggio. Iniziava la guerra dei trentanni, le polemiche tra Impero e Papato si trascinarono a lungo e i tirolesi sfruttarono ogni situazione a sfavore del giovane Madruzzo che nel 1629 era diventato, nel frattempo, principe vescovo e cardinale. La sua fuga da Trento negli anni della pestilenza, il suo amore scandaloso per Claudia Particella, la figlia delluomo più importante della città e suo consigliere, vennero usati contro di lui.
Lottimo lavoro che Carlo Emanuele fece in difesa delle sedi vescovili di Trento e Bressanone, gli valse il rinnovato riconoscimento di uno speciale stato di autonomia per il Trentino (1648 circa). Questo successo lo spinse a forzare la richiesta per ottenere la dispensa romana e sposare Claudia, dispensa più volte respinta con sdegno, fino al leggendario schiaffo dato al Papa Alessandro VI durante lultimo e tempestoso colloquio.
Carlo Emanuele rimase legato fino alla morte a quella ragazza con il viso da Madonna, capelli biondi, occhi neri, e sguardo accattivante che molti ritengono sia stata la modella del quadro di Santa Lucia ancora presente nella chiesetta di Calavino nei pressi di Madruzzo. Carlo Emanuele morì improvvisamente il 15 Dicembre 1658.
E stato necessario inquadrare un po più da vicino le vicende che segnarono la vita dellultimo Madruzzo: in lui si spense non solo la famiglia Madruzzo, ma anche lo splendore di una Casata che governò la scena politica per molti anni; la sua scomparsa rese possibile allAustria una progressiva sovranità sul Trentino, che durò oltre due secoli e mezzo.
La vita di Carlo Emanuele Madruzzo diede ottimi spunti alla fantasia popolare, perché conteneva tutti quegli ingredienti naturali e utili per la costruzione di racconti avventurosi e leggende piccanti: un amore proibito, la guerra, la pestilenza, la ricchezza
il tutto arricchito dalla fervida immaginazione di chi aggiunse alle storie racconti di omicidi, di sangue, di veleni e di tradimenti.
Le leggende sulle vicende terrene di Carlo Emanuele Madruzzo passarono di mano in mano negli anni che seguirono fino ad apparire quasi tre secoli dopo, sotto forma di storia a puntate, sul giornale il Popolo (1910).
Fu uniniziativa del direttore della testata Cesare Battisti, diventato poi leroe dellIrredentismo italiano, che per risollevare le sorti del giornale e garantire il rinnovo degli abbonamenti, incaricò Benito Mussolini, il giornalista di maggior richiamo del momento, di scrivere un romanzo da pubblicare a puntate, di cui egli stesso aveva già trattato qualche tempo prima.
Luomo-giornalista aveva trascorso otto mesi di lavoro come segretario della Camera del Lavoro di Trento, come direttore dellAvvenire prima e capo redattore del Popolo ed era stato accompagnato al confino perché espulso da Trento, avendo totalizzato circa sette condanne per violazioni delle leggi sulla stampa, per schiamazzi notturni e per incitamento alla violenza. Rientrato a Forlì, riesaminò gli appunti presi alla Biblioteca Comunale di Trento, rielaborò le leggende che circolavano sui Madruzzo, aggiunse alla storia vera morti e assassinii ed inventò un paio di personaggi: Rachele, ancella fedele di Claudia e Don Benizio, consigliere di Carlo Emanuele. Scrisse la sua storia su Carlo Emanuele principe vescovo di Madruzzo che rispedì a Trento. Il risultato fu un romanzo appassionante ed avvincente che aveva allo scopo come protagonista un vescovo senza scrupoli, traditore ed omicida; una storia che lui stesso definì più tardi un libro di propaganda politica (intervista di Emil Ludwig a Benito Mussolini nel 1932, dopo la firma del Concordato con il Vaticano).
Vi furono altri personaggi della Storia che unirono, anche solo per brevi periodi ed in occasioni assai diverse, i loro nomi a quello del castello di Madruzzo.
Fu durante una delle invasioni spagnole che il duca di Vendome, inviato in Italia per combattere il principe Eugenio (impedendogli così di portare soccorso al duca di Savoia), distrusse al suo passaggio anche Madruzzo (1703), incendiando il castello e il parco.
Nei 40 anni circa che precedettero larrivo delle truppe incendiarie di Vendome, castel Madruzzo, morto Carlo Emanuele senza lasciare eredi diretti, passò in mano alla famiglia Lenoncourt (grazie a lontane parentele) e poi alla famiglia del Carretto di Genova che amministrò la grande residenza con scarso interesse. Dopo lincendio, i nuovi proprietari non furono in grado di riparare i danni più gravi, cosicché per la loro incuria la distruzione del castello proseguì anche ad opera della gente dei dintorni che poteva servirsi liberamente delle rovine per ricostruire i villaggi della valle.
Il periodo più rovinoso che la storia dei Madruzzo conobbe ebbe finalmente fine ai primi anni del XIX secolo quando il castello venne messo all'asta ed acquistato dalla famiglia Larcher di Trento, che iniziò una lenta opera di ricostruzione della residenza e di ristrutturazione del parco.
Un altro personaggio di rilievo nella storia della letteratura italiana si ferma a Madruzzo quando ancora il Trentino appartiene allAustria e guardando giù dalle finestre della fortezza verso lItalia scrive della sua Patria (Corriere della Sera 1893). Era Antonio Fogazzaro, parente del Larcher, che soggiornò a Madruzzo per ultimare Malombra, il suo primo romanzo di vero successo; a castel Madruzzo dedicò nel 1899 Sonatine bizzarre.
Gli ultimi importanti e severi restauri tuttora in corso furono eseguiti dagli attuali proprietari, una famiglia che con il proprio impegno ha contribuito a restituire allantico castello la sua fisionomia cinquecentesca, la sua autorità e la memoria degli anni trascorsi.
I ricordi ritornano e lantica fortezza riprende a vivere attraverso la storia di unItalia finalmente unita e sovrana, ma ancora lacerata da gravi problemi ed alle porte di ununità europea. Ogni anno le pesanti porte del castello si riaprono e le lunga mura medievali sembrano voler accompagnare le moderne vetture che cercano di arrampicarsi sullantica stradina scavata nella roccia. Il luogo che è stato un tempo il palcoscenico di un celebre Concilio ospita oggi chi ha, per interesse, per cultura e per impegno quotidiano, qualche elemento nuovo, qualche suggerimento o iniziativa per riformare ciò che non è più possibile accettare e per controriformare ciò che è stato mal impostato nel nostro Paese.
Non è possibile descrivere oggi, in questa sede, lo sfarzo e la ricchezza di un tempo, ma più semplicemente leleganza e la serenità in cui vengono celebrati gli Incontri di Madruzzo. Chi interviene, chi partecipa o chi propone favorisce però per censo il ricordo di importanti avvenimenti storici. Tutto è mantenuto nel più assoluto riserbo. Sono personalità della cultura, della scienza, della politica e delleconomia che spontaneamente si danno convegno e si confrontano.
Forse un giorno qualcuno troverà uno spunto o dei dettagli che gli permetteranno di costruire una storia fantastica intorno a questi Incontri; qualche audace troverà delle analogie fra i nomi del passato e quelli del presente e potrà anche dubitare delle motivazioni che spingono oggi alcuni uomini a credere in questo tipo di confronto.
Tutto questo è stato previsto.
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