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Castel Madruzzo (p.3/3)

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La risonanza che le vicende di Casa Madruzzo produssero nel mondo di allora, diedero un posto di onore alla Casata, ma servirono anche ad alimentare mormorii e a creare delle vere e proprie leggende attorno ai membri del Principato che godevano di maggiore considerazione.

Fiorirono le versioni più svariate sulla comparsa dei Signori di Nanno nella storia di Madruzzo, sul loro attaccamento non solo alle proprietà ma anche al nome della Casata.

Si diceva che i Signori di castel Nanno erano diventati i padroni di Madruzzo per titolo di eredità, grazie però ad un parentado discendente da unioni clandestine che addirittura non si sapeva se attribuire alla parte dei laici o a quella dei preti della Famiglia.

Infatti si mormorava che l’accanimento del vescovo Ludovico Madruzzo contro le riforme della Chiesa sul coadiurato fosse sostenuto soltanto da un interesse privato, quello cioè di garantire al nipote la Chiesa di Trento.

Vero è che il principato vescovile di Madruzzo si tramandò per quasi un secolo e mezzo da zio a nipote e che i Madruzzo si impegnarono comunque a difendere i diritti trentini dall’Austria e si opposero alle richieste del Tirolo di entrare a far parte del “Consolato cittadino” per evitare che la città potesse essere considerata “mistilingue”; così fecero anche quando chiamarono a Trento i Gesuiti con la scusa che gli insegnamenti scolastici di allora non erano adeguati ai tempi.

Ludovico, “uomo d’arme e di politica”, era già stato legato pontificio alla dieta di Augusta e ambasciatore dell’imperatore Ferdinando I in Francia quando, nel 1561, divenne Cardinale.

Il suo governo non fu senza contrasti: per i conflitti sorti con l’Arciduca d’Austria Ferdinando, conte del Tirolo, che si impadronì con le armi del principato, fu costretto a fuggire a Roma. Riuscì a tornare dal suo esilio solo nove anni dopo nel 1578, quando grazie alla mediazione dell’imperatore Massimiliano, di Papa Pio V e del cardinale Borromeo, la questione fu risolta.

Come il celebre zio, anche Ludovico, che morì a Roma nel 1600, ebbe una lunga e intensa vita politica, che lo portò a ricoprire spesso posizioni di primo piano nelle tormentate questioni religiose che agitavano l’Europa di quegli anni. Anche su di lui i giudizi furono discordi: si servì spesso con spregiudicatezza della propria autorità conquistandosi la fama di tiranno, ma molti dei suoi contemporanei gli riconobbero anche le doti della “modestia” e della “pietà”, unite ad una sicura preparazione dottrinale.

Il terzo principe vescovo della famiglia Madruzzo fu Carlo Gaudenzio, figlio di Isabella di Challant e di Giovanni Federico, un membro della famiglia che, amico e ambasciatore di Emanuele Filiberto di Savoia, si era distinto per avere combattuto contro i turchi in Ungheria.

Nato nel castello di Issogne in valle d’Aosta nel 1562, anche Carlo Gaudenzio seguì la strada dei suoi predecessori e fu nominato cardinale nel 1604. Divenne principe vescovo grazie alle manovre dello zio e alla volontà dell’imperatore Rodolfo.

Si dimostrò, in anni bui per la città che visse allora l’entrata dei Gesuiti e i processi alle streghe, un amministratore abbastanza accorto del principato: promulgò varie costituzioni sul modo di costituire i censi e di regolare le ferie degli impiegati, redasse severi regolamenti contro gli usurai e i contratti di usura e introdusse quello che venne definito “un discreto ordinamento scolastico”.

Anch’egli chiese ed ottenne grazie all’appoggio dell’imperatore Ferdinando, che il vescovado di Trento passasse in successione al nipote Carlo Emanuele. Di lui si disse che “tranne che avrebbe peccato mortalmente piuttosto, che di lasciar uscire di famiglia il vescovado di Trento, fu uomo lodato”. Morì a Roma il 14 agosto 1629.

IL 4 gennaio dello stesso anno Carlo Emanuele divenne vescovo di Trento: era nato a Issogne, come lo zio, nel 1599 e fu forse la figura più discussa di tutta la famiglia Madruzzo.

Il “regno” che Carlo Emanuele – Madruzzo IV – ereditò dallo zio Carlo Gaudenzio (anche se con poca voglia di fare il vescovo) era tutto sommato ambito, ma il giovane Madruzzo (23 anni) si trovò a governare in un momento in cui la situazione politico-religiosa di Trento volgeva al peggio. Iniziava la guerra dei trent’anni, le polemiche tra Impero e Papato si trascinarono a lungo e i tirolesi sfruttarono ogni situazione a sfavore del giovane Madruzzo che nel 1629 era diventato, nel frattempo, principe vescovo e cardinale. La sua fuga da Trento negli anni della pestilenza, il suo amore scandaloso per Claudia Particella, la figlia dell’uomo più importante della città e suo consigliere, vennero usati contro di lui.

L’ottimo lavoro che Carlo Emanuele fece in difesa delle sedi vescovili di Trento e Bressanone, gli valse il rinnovato riconoscimento di uno speciale stato di autonomia per il Trentino (1648 circa). Questo successo lo spinse a forzare la richiesta per ottenere la dispensa romana e sposare Claudia, dispensa più volte respinta con sdegno, fino al leggendario schiaffo dato al Papa Alessandro VI durante l’ultimo e tempestoso colloquio.

Carlo Emanuele rimase legato fino alla morte a quella “ragazza” con il viso da Madonna, capelli biondi, occhi neri, e sguardo accattivante che molti ritengono sia stata la modella del quadro di Santa Lucia ancora presente nella chiesetta di Calavino nei pressi di Madruzzo. Carlo Emanuele morì improvvisamente il 15 Dicembre 1658.

E’ stato necessario inquadrare un po’ più da vicino le vicende che segnarono la vita dell’ultimo Madruzzo: in lui si spense non solo la famiglia Madruzzo, ma anche lo splendore di una Casata che governò la scena politica per molti anni; la sua scomparsa rese possibile all’Austria una progressiva sovranità sul Trentino, che durò oltre due secoli e mezzo.

La vita di Carlo Emanuele Madruzzo diede ottimi spunti alla fantasia popolare, perché conteneva tutti quegli ingredienti naturali e utili per la costruzione di racconti avventurosi e leggende piccanti: un amore proibito, la guerra, la pestilenza, la ricchezza… il tutto arricchito dalla fervida immaginazione di chi aggiunse alle “storie” racconti di omicidi, di sangue, di veleni e di tradimenti.

Le leggende sulle vicende terrene di Carlo Emanuele Madruzzo passarono di mano in mano negli anni che seguirono fino ad apparire quasi tre secoli dopo, sotto forma di storia a puntate, sul giornale il “Popolo” (1910).

Fu un’iniziativa del direttore della testata Cesare Battisti, diventato poi l’eroe dell’Irredentismo italiano, che per risollevare le sorti del giornale e garantire il rinnovo degli abbonamenti, incaricò Benito Mussolini, il giornalista di maggior richiamo del momento, di scrivere un romanzo da pubblicare a puntate, di cui egli stesso aveva già trattato qualche tempo prima.

L’uomo-giornalista aveva trascorso otto mesi di lavoro come segretario della Camera del Lavoro di Trento, come direttore dell’Avvenire prima e capo redattore del Popolo ed era stato accompagnato al confino perché espulso da Trento, avendo totalizzato circa sette condanne per violazioni delle leggi sulla stampa, per schiamazzi notturni e per incitamento alla violenza. Rientrato a Forlì, riesaminò gli appunti presi alla Biblioteca Comunale di Trento, rielaborò le leggende che circolavano sui Madruzzo, aggiunse alla storia vera morti e assassinii ed inventò un paio di personaggi: Rachele, ancella fedele di Claudia e Don Benizio, consigliere di Carlo Emanuele. Scrisse la “sua storia” su Carlo Emanuele principe vescovo di Madruzzo che rispedì a Trento. Il risultato fu un romanzo appassionante ed avvincente che aveva – allo scopo – come protagonista un vescovo senza scrupoli, traditore ed omicida; una storia che lui stesso definì più tardi “un libro di propaganda politica” (intervista di Emil Ludwig a Benito Mussolini nel 1932, dopo la firma del Concordato con il Vaticano).

Vi furono altri personaggi della Storia che unirono, anche solo per brevi periodi ed in occasioni assai diverse, i loro nomi a quello del castello di Madruzzo.

Fu durante una delle invasioni spagnole che il duca di Vendome, inviato in Italia per combattere il principe Eugenio (impedendogli così di portare soccorso al duca di Savoia), distrusse al suo passaggio anche Madruzzo (1703), incendiando il castello e il parco.

Nei 40 anni circa che precedettero l’arrivo delle truppe incendiarie di Vendome, castel Madruzzo, morto Carlo Emanuele senza lasciare eredi diretti, passò in mano alla famiglia Lenoncourt (grazie a lontane parentele) e poi alla famiglia del Carretto di Genova che amministrò la grande residenza con scarso interesse. Dopo l’incendio, i nuovi proprietari non furono in grado di riparare i danni più gravi, cosicché per la loro incuria la distruzione del castello proseguì anche ad opera della gente dei dintorni che poteva servirsi liberamente delle rovine per ricostruire i villaggi della valle.

Il periodo più rovinoso che la storia dei Madruzzo conobbe ebbe finalmente fine ai primi anni del XIX secolo quando il castello venne messo all'asta ed acquistato dalla famiglia Larcher di Trento, che iniziò una lenta opera di ricostruzione della residenza e di ristrutturazione del parco.

Un altro personaggio di rilievo nella storia della letteratura italiana si ferma a Madruzzo quando ancora il Trentino appartiene all’Austria e guardando giù dalle finestre della fortezza verso l’Italia scrive della sua Patria (Corriere della Sera – 1893). Era Antonio Fogazzaro, parente del Larcher, che soggiornò a Madruzzo per ultimare “Malombra”, il suo primo romanzo di vero successo; a castel Madruzzo dedicò nel 1899 “Sonatine bizzarre”.

Gli ultimi importanti e severi restauri – tuttora in corso – furono eseguiti dagli attuali proprietari, una famiglia che con il proprio impegno ha contribuito a restituire all’antico castello la sua fisionomia cinquecentesca, la sua autorità e la memoria degli anni trascorsi.

I ricordi ritornano e l’antica fortezza riprende a vivere attraverso la storia di un’Italia finalmente unita e sovrana, ma ancora lacerata da gravi problemi ed alle porte di un’unità europea. Ogni anno le pesanti porte del castello si riaprono e le lunga mura medievali sembrano voler accompagnare le moderne vetture che cercano di arrampicarsi sull’antica stradina scavata nella roccia. Il luogo che è stato un tempo il palcoscenico di un celebre Concilio ospita oggi chi ha, per interesse, per cultura e per impegno quotidiano, qualche elemento nuovo, qualche suggerimento o iniziativa per “riformare” ciò che non è più possibile accettare e per “controriformare” ciò che è stato mal impostato nel nostro Paese.

Non è possibile descrivere oggi, in questa sede, lo sfarzo e la ricchezza di un tempo, ma più semplicemente l’eleganza e la serenità in cui vengono celebrati gli “Incontri di Madruzzo”. Chi interviene, chi partecipa o chi propone favorisce però per “censo” il ricordo di importanti avvenimenti storici. Tutto è mantenuto nel più assoluto riserbo. Sono personalità della cultura, della scienza, della politica e dell’economia che spontaneamente si danno convegno e si confrontano.

Forse un giorno qualcuno troverà uno spunto o dei dettagli che gli permetteranno di costruire una “storia fantastica” intorno a questi “Incontri”; qualche audace troverà delle analogie fra i nomi del passato e quelli del presente e potrà anche dubitare delle motivazioni che spingono oggi alcuni uomini a credere in questo tipo di confronto.

Tutto questo è stato previsto.

Approfondimenti

Albero Genealogico della Famiglia Madruzzo

Castel Madruzzo in Internet

Segnalazione dei principali siti web dedicati a Castel Madruzzo

Castel Madruzzo nell'arte e nell'editoria

Segnalazione dei principali testi e delle opere d'arte su Castel Madruzzo

Il contesto storico in Internet

Segnalazione dei principali siti web dedicati al periodo storico