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Nato in Madruzzo nel 1512, 5 luglio. Studiò in Bologna e in Padova. Mentre era ancora agli studi, nel 1529 ebbe un canonicato nella chiesa di Trento. Il cardinal Clesio, che amava la prontezza di spirito del giovinetto, fu quegli che, col conferirgli un benelizio ecclesiastico, lo allettò alla carriera, che il Madruzzo percorse. Nel 1535 fu eletto decano della chiesa di Trento, nel 1536 ebbe un canonicato nella metropolitana di Salisburgo, nel 1537 un altro nella chiesa di Bressanone, cosicché era canonico in un tempo in tre diversi luoghi. Nel 1539, 3 agosto il capitolo di Trento lo nominò suo vescovo. Unanimi furono i voti. Ma siccome il vescovo di Trento era anche un principe, che faceva parte dell’impero germanico, non v’ha dubbio, che gli sieno stati molto utili per la promozione, e il soggiorno del padre alla corte imperiale, e i servizi militari, che a Carlo V prestavano i fratelli. Giurò senza far difficoltà le Compattate, patti che furono sempre cagione di molti alterchi tra i vescovi di Trento e i conti del Tirolo. Questa sua mansuetudine gli guadagnò subito l’animo di Ferdinando re de’ romani, ch’era il successore agli antichi conti. Nel 1542 diventò vescovo e principe anche di Bressanone, sebbene non ne portasse che il titolo di amministratore. Nel 1543, 28 novembre Paolo III lo pubblicò cardinale. Vi fu un motivo. Siccome dopo 24 anni di discussione intorno alla convocazione di un concilio ecumenico, si era finalmente deciso nel 1542 di celebrarlo in Trento, il Papa nominò cardinale il Madruzzo, che vi era vescovo e principe, sperando coll’accrescergli autorità e splendore molto bene per la Chiesa. Finalmente il concilio si aprì nel 1545, 13 dicembre, e il Madruzzo vi comparve, come vescovo e come procuratore di Ferdinando re de’ romani, e fu tra gli oratori zelante e rinomato. E’ particolare menzione di lui nel 1546 nella seconda sessione, quando si discusse non senza molt’asprezza, se si dovesse incominciare dal trattar de’ dogmi, o della riforma della disciplina. I prelati romani volevano che si trattasse anticipatamente de’ dogmi, onde abbattere le nascenti opposte credenze, ma ai vescovi e ai Regolari premeva la riformazione,, apertamente dicendo, che discusse le materie dogmatiche, i prelati avrebbero inventato qualche modo di chiudere il concilio, e così svincolarsi da un argomento, che doveva obbligarli al sagrifizio de’ loro godimenti. Madruzzo, cui stava a cuore come dicono, la coscienza più che l’onore della porpora, fu uno dei capi dell’opposizione ai prelati, e colle sue parole aveva in gran parte guadagnato i voti dell’assemblea, ma il Legato pontificio cardinal del Monte tanto argomentò sull’utilità di trattar subito delle materie dogmatiche, che il Madruzzo era per esser vinto, quando il vescovo Campeggi, ottenne, che fosse adottato il parere di trattar le due materie simultaneamente , e così la disputa fu sopita. Si destò in seguito grave contesa, se la Divina Scrittura e le orazioni si potessero avere da ciascuna nazione nella propria lingua. Sostenne il Madruzzo di voler parlar con Dio nel suo tedesco, il che non deve esser preso nel senso, ch'egli rinegasse la propria lingua, bensì che nato in un paese di confine, ove sono sempre famigliari due lingue, egli preferisse quella, che pel suo contatto colla corte imperiale più frequentemente adoperava. Ma non gli fu dato ascolto, perché era un secondare le mire de’ luterani. La Chiesa si appigliò al partito della saviezza, adottando il latino, come il più vicino alle fonti,, in cui erano state scitte originariamente le Divine Scritture, senza proibire l’uso della propria lingua, e così si evitò l’alterco della varietà nelle traslazioni dall’una all’altra lingua. In quest’occasione sfuggirono al Madruzzo parole di antipatie verso gli uomini dotti, essendosi lagnato, che tanti travagli alla Chiesa, provenivano dalla presenza al Concilio di professori di lettere greche ed ebraiche: mal fatto. Nello stesso anno avendo i seguaci di Lutero e della lega di Smalkade dichiarato di non voler sottoporsi al concilio, Carlo V si decise di far loro la guerra. Chiamò dunque presso di sé il Madruzzo in Germania, e poi lo spedì a Roma per trattarvi una lega, tra i di cui patti vi fu che il Papa, spedisse un corpo di milizie in soccorso dell’imperatore. Ritornò poi subito al concilio ove venuto a disparere col Legato del Monte, pubblicamente gli rinfacciò la bassezza della nascita. Nel che ebbe in tutti i modi gran torto, mentre oltre di essere caso e non virtù di nascere grande, non aveva il Madruzzo gran motivo di superbia, uscito com’era da una famiglia di Dinasti sì, ma oscuri, e che prima di suo padre, nessuno aveva sentito a nominare. E siccome la disputa si era destata intorno alla traslazione del concilio in altro luogo, l’ingiuria al Legato poneva Paolo III nella pretesa di non volere il concilio nel paese, ove il Madruzzo era sovrano. E pur troppo o con pretesti o con ragioni, ma sempre con danno della cristianità, nel 1547, 11 marzo, il concilio fu trasferito a Bologna. Irritato volò il Madruzzo in Germania, e Carlo V lo mandò a Roma, molto più che gli eterodossi avevano dato qualche speranza di venire a Trento, né si sarebbero recati a Bologna, ma tutto fu indarno. In Bologna si aprì dunque il concilio, che poi si chiuse nel 1549, 18 settembre. Le premure sue di vedere celebrato il concilio in Trento, si volevano annodare a un suo pensiero di diventar papa, giacché Paolo III era vecchio, e si vociferava che facilmente il concilio si sarebbe arrogata l’elezione del successore: ma questo è un andar troppo in là. Comunque sia non si recò a Bologna, e nel 1548 passò a Genova, ove benedisse le nozze di Massimiliano figlio di Ferdinando con Maria figlia di Carlo V. Morto Paolo III ebbe il dolore di veder fatto papa quel cardinale del Monte, che aveva oltraggiato. Fece indarno inauditi sforzi per impedirlo; i buoni si addoloravano per i cattivi effetti, che non ebbero poi luogo. Anzi quando il Madruzzo per puntiglio volle compenso di molte spese incontrate in Trento per occasione del concilio, Giulio III lo soffocò a denaro, mandandogli il doppio della somma richiesta. Nel 1551, 1 maggio fu riaperto il concilio in Trento ed egli v’intervenne nuovamente. Fu allora, che difese la comunione sotto l’una e l’altra specie, e nel caso di necessità la comunione senza preventiva confessione, ma tali opinioni non trovarono appoggio. La guerra di religione in Germania prendeva intanto cattivo aspetto per i cattolici. Perduta Augusta, il Tirolo fu minacciato di un’invasione. A lui, che premeva il principato, fu questa volta a cuore, che il concilio se ne andasse da casa sua. Fu difatto chiuso nel 1552, 22 aprile, ed egli prodigò denari a’ prelati poveri, perché potessero presto fuggire. Il pericolo disparve, ma il concilio per dieci anni rimase interrotto. Nel 1556 Filippo II lo mandò a Milano con la qualità di luogotenente e governatore di quel ducato, giacché il duca d’Alba, che vi era colla dignità suprema di capitano generale, aveva dovuto passare in Piemonte a combattere i francesi. La Lombardia doveva dare il denaro per la guerra, e il denaro non si vedeva, sebbene la pingue provincia lo sborsasse. Fu accusato il Madruzzo di cattiva amministrazione, per cui il re di Spagna mandò chi invigilasse al pubblico erario. Laonde egli dopo 20 mesi, disgustato della tutela rinunziò alla carica. Nulla per questo fatto dico contro di lui: però non si accorgeva del peculato de' suoi ministri. Mentre era in Milano nel 1556, prestò un gran servigio alla Spagna. Giovanni de Luna aveva tradito quella corona fuggendo in Spagna. Il figlio era castellano in Milano. Conosciuto il fatto il Madruzzo con molto accorgimento e coraggio, seppe trarre dalle mani del figlio il castello, e conservar fedele il presidio. Nello stesso anno ebbe mano a terminar le vertenze tra Farnese e la casa d’Austria, già cagionate dall’uccisione di Pierluigi Farnese nel 1547, cosicché ebbe allora l’incarico di restituire Piacenza ad Ottavio figlio di Pierluigi. Pio IV nel 1561 lo nominò Legato nella Marca d’Ancona e provincia d’Ascoli, nel 1562 fu eletto vescovo di Sabina, nel 1564 di Palestrina. Nel 1567 rinunziò la chiesa di Trento al nipote Ludovico, o almeno ve lo destinò coadiutore con futura successione. Ma il nipote essendo stato forzato alla fuga dalle persecuzioni dell’arciduca Ferdinando nuovo conte del Tirolo per contesa sulla inosservanza delle Compattate, egli, che pel suo carattere era in caso più del nipote di lottare, volle ripigliarsi la sede. I consoli di Trento nel 1569 si rivolsero all’imperatore per impedirlo, e dichiararono che il suo ritorno era una pubblica calamità, e dopo averlo dipinto libidinoso, avaro, rapace lo accusaro di essere stato alimento di intestine discordie, d’aver con prepotenza privata la città dell’elezione del pretore, abolito il sindacato, nominato uomini tristi alle cariche, e fatte ingiuste carcerazioni e confische. Forse in parte vere le accuse, ma è anche molto probabile, che l'arciduca scrivesse la lettera, e che i consoli la firmassero. Il fatto è che il Madruzzo continuò a star in Roma, e nel 1570 nominato vescovo di Porto, morì in Tivoli nella villa d’Este nel 1578, 5 luglio. Recentemente nacque disputa sui meriti di quest’uomo, giacché un Tartarotti anche appoggiandosi alle storie di Natal Conti, parlò di lui con ironico disprezzo. Si diceva in somma, che doveva la rinomanza non al merito, ma alle cariche, e che era uomo noto solo per la sua dabbenaggine. I suoi concittadini si dichiararono offesi, che si motteggiasse sopra un personaggio, che essi chiamarono de’ più insigni ed esimi del secolo. Il libro del Tartarotti fu abbrrucciato dal carnefice in Trento nel 1760 per ordine del vescovo e principe Francesco Felice Alberti di Enno, e del suo aulico consiglio. Il giudizio del fuoco non decise la questione. Meglio potevano deciderla i suoi difensori, quando si posero a scrivere a suo favore. Costoro schierarono dunque i sonetti, le canzoni, le orazioni scritte a di lui gloria, non che le dediche e le lettere di complimento e cortesia indirizzategli: gran povertà di argomenti! Un gran signore dura poca fatica a farsi lodare. Che le sue opinioni, non già le dogmatiche non abbiano trionfato in concilio, non gli fa alcun torto. E’ ben poco pratico al caso delle cose del mondo chi vede la perfezione ne’ voti delle assemblee, nelle quali la verità si dice anche con petulanza, mentre poco dopo si firman decreti contro la verità. Gli si dà gran lode per avere perorato ne’ primi momenti del concilio in favore della opinione, che prima di trattar de’ dogmi, si trattasse della riforma della disciplina, onde poter così presentare alle accuse degli avversari un clero emendato, e siccome la riforma colpiva il Madruzzo, perché sopra di lui pioveva l’oro di tanti benefizi accumulati, si lodava il nobile suo disinteresse, mentre la riforma esiggeva, che egli rinunziasse a tutti per tenerne uno solo. Infiammato d’amor di Dio difatti, egli che copriva due vescovadi ad un tempo, offrì la rinunzia della chiesa di Bressanone, ma l’offerta rimase offerta: parlò da eroe, operò da uomo, ed il suo prius facere et deinde docere rimase senza effetto. Nessuno era più di lui persuaso dell’obbligo altresì della residenza de’ vescovi, ma stette a trento soltanto ne’ tempi di comparsa per potervi figurare. Nel 1547 aveva fatto grandi sforzi per conseguire la legazione in Germania tanto in qu’ giorni onorevole ed importante, ma siccome non era buon atleta in teologia, e il combattere colà con Lutero era cosa ardua, il papa non potè soddisfarlo. Era il Madruzzo altiero, impetuoso e prepotente. Cupido di onori e di fama amava, che il suo nome fosse celebrato da tutti. Gran feste, gran conviti, e voleva poeti, che lo cantassero. Pretendeva con gran rigore l’ossequio, dimodocché licenziò bruscamente Luca Contile, che aveva alla sua corte, pel solo sospetto di satire. Il concilio di Trento lo aveva posto a contatto con tutte le corti d’Europa, e nessuno più di lui vi era adattato, perché uomo pronto al discorso, uomo intraprendente, e perciò aveva qualità di gran signore, e tra queste quelle, che non s’inseguano, e che gli procurarono le dignità più elevate, e ve lo mantennero. Ricchissimo co’ denari della chiesa, fece ricchi i parenti, ma per altro sempre splendido e magnifico, cosicché quando nel 1547 passò per Trento Ottavio Farnese, che ndava a guerreggiare in Germania, volle trattare a convito l’intero suo esercito. Lasciò a Trento alcune leggi civili dette le Cristoforine, e nel 1560 pubblicò il calendario per la sua chiesa. Del resto le circostanze, in cui si trovò, lo resero a’ suoi tempi di tanta rinomanza, che sarebbe tema di storia la vita di quest’uomo.
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